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Introduzione

Il mio grande interesse per il bambù gigante ha origini lontane. Quando ero piccolo, mio padre aveva vicino a Sanremo un vivaio di piante con un ettaro di serre climatizzate in ferro e vetro e finita la scuola, trascorrevo tutta l’estate nell’ azienda floricola paterna. Nel 1966 partecipammo come espositori, alla prima edizione internazionale del florovivaismo Euroflora a Genova.

L’ultimo giorno della fiera, un nostro collega anch’egli espositore, ci regalò un grosso vaso contenente un bellissimo esemplare di bambù gigante – con tutta probabilità Phyllostachys viridis.

Quel vaso fu posizionato all’ ingresso di una serra e, durante il quotidiano giro di controllo alle coltivazioni con mio padre, non mancava una frugale occhiata anche a quelle verdi rigogliose canne, meglio denominati culmi. La cosa che mi incuriosì di più fu l’incredibile velocità di crescita dei nuovi germogli, tipica di questa pianta.

Il bambù gigante cinese

Erano gli anni ’80 quando mi recai come capo delegazione della Montedison S.A. -Società di promozione delle tecnologie agricole avanzate – alla prima Fiera Internazionale dell’agricoltura a Pechino.  Durante il mio soggiorno ebbi modo di vedere alcuni esempi di colture protette: vigneti, impiantati forse da monaci gesuiti già presenti in Cina intorno al 1600 e vasti bambuseti.

Alcune stime del Ministero dell’Agricoltura americana, riportano un’estensione attuale di circa 7 milioni di ettari di bambù gigante, facendo della Cina il maggiore esportatore mondiale di germogli di bambù e semi-lavorati.

Il bambù gigante in Cina ha molteplici utilizzi come filato, per produrre carta,   oggetti vari, mobili. Ma forse l’utilizzo che più è radicato, come ci ricorda un articolo dell’aprile 2020 del South China Morning Post è per la costruzione di impalcature per l’edilizia.

Non è raro, girando per Hong Kong, vedere edifici anche di parecchi piani, fasciati di una fitta rete di culmi di bambù su cui, con incredibile destrezza, si arrampicano muratori e carpentieri cinesi. L’edilizia cinese, riporta sempre il giornale di Hong Kong, utilizza due tipi di bambù: uno è chiamato gaozhu, proveniente da una specie chiamata Bambusa peravariabilis, mentre l’altro è il maozhu, che è più spesso e lungo e si ricava dal Phyllostachys edulis.

L’incontro con Davide Vitali

Tra il 2016 ed il 2017 ho vissuto in Ghana, ad Accra. Durante questo biennio ho visitato, come consulente del Ministero dell’Agricoltura Ghanese, diverse piantagioni di palma da olio e bambuseti. Infatti, viaggiando verso Nord non è difficile imbattersi in queste grandi coltivazioni, un po’ come capita qui da noi in Italia di vedere vasti campi di mais.

I culmi vengono, una volta all’anno, raccolti, lasciati essiccare e messi in container per essere spediti in Europa. Fu al rientro dall’Africa Centrale che conobbi Davide Vitali, persona instancabile e profondamente innamorata di questa pianta stupenda: il Phyllostachys Edulis.

Mi parlarono a lungo delle potenzialità di questa specie anche sul territorio Nazionale e, in diverse occasioni, li affiancai rendendo disponibile le mie conoscenze e l’esperienza maturata all’ estero.

Quando poi Davide Vitali, alcuni anni dopo, mi raccontò del suo progetto Prosperity Bamboo decisi subito di abbracciare la causa, rinnovando la mia disponibilità ad un approccio di più ampio respiro, focalizzato non tanto sulla coltivazione ma anche sui suoi utilizzi.

Il bambù e lo scenario attuale

Le applicazioni del bambù sono innumerevoli e ben si sposano ad un più stretto legame con diversi settori dell’industria.

Da notare che i bambuseti in Italia, a parte poche eccezioni, sono di modeste estensioni 2-3 ettari. Per fornire all’industria materiale in abbondanza, servono estensioni maggiori che, con una adeguata politica agricola, si potrebbero facilmente trovare.

Oggi abbiamo a disposizione migliaia di ettari di terreno agricolo abbandonati poiché non danno un reddito agrario sufficiente a giustificarne la coltivazione.

Nel 2020, anno flagellato dalla Pandemia, abbiamo constatato a caro prezzo, quanto sia pericoloso dipendere in modo eccessivo, da prodotti d’importazione: caso emblematico le mascherine cinesi.

Il bambù ed i semi-lavorati che troviamo sul mercato italiano sono prevalentemente di origine Cinese, compresi i gustosi germogli in salamoia che troviamo nei piatti dei ristoranti etnici e di cui non conosciamo assolutamente dove e come sono stati coltivati.

Condivido pertanto appieno l’affermazione di Davide Vitali che riporto qui con piacere: “chi produce la materia prima si colloca al vertice della piramide di una nuova filiera industriale.”

Considerazioni finali

Chi conosce Il mondo agricolo è ben consapevole che le fragole che mangiamo oggi sono cultivar diverse da quelle anche di soli 5 anni fa, ebbene, anche se in scala ridotta, il bambù gigante made in Italy ha fatto passi avanti.

Grandi vivaisti si sono limitati ad importare semi dalla Cina ed immettere sul mercato tutto quanto ha germinato, altri magari più piccoli, hanno operato una certa selezione delle piante madri commercializzando piante migliori e già adulte (1,80 – 2,00 metri di altezza).

Anche il metodo di impianto si è modificato adattandosi alle esigenze del territorio e delle latitudini italiane. Una base di queste nozioni le ho volute condensare in un manuale: Guadagnare con il bambù gigante.

Un bambuseto per almeno un secolo produce enormi quantità di legno pregiato, cibo e ossigeno, esattamente ciò di cui l’umanità ha bisogno. Per questo motivo, in un’ottica lungimirante, non vi può essere alcun dubbio sulla validità del ritorno economico dell’investimento e sui benefici per l’ambiente di cui tanto si parla ma poco, in concreto, si realizza.

Autore: Dott. Massimo Somaschini

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